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IL CODEX HAMMER DI CARLO PEDRETTI

Sara Taglialagamba

Il manoscritto è rimasto nella residenza della famiglia dei conti di Leicester, ad Holkham Hall, fino a quando è andato all’asta da Christie’s a Londra. Appena informato della vendita, Carlo Pedretti, al tempo professorealla cattedra di Leonardo Studies alla UCLA, informò subito il magnate del petrolio Armand Hammer che si interessò a tal punto da andare personalmente all’asta per aggiudicarsi il pezzo. Il codice fu dunque acquistato il 12 dicembre 1980 per 5,6 milioni di dollari. L’asta da Christie ha segnato “una svolta importante nella storia del Codice” che, al tempo dell’acquisto, era in forma di libro. Così, era stato esposto una sola volta nel 1952 a Londra in occasione del Cinquecentenario della nascita di Leonardo. 

Arrivato a Los Angeles con Hammer, il codice arrivò tra le mani di Carlo Pedretti che propose di smontarlo con l’aiuto di una restauratrice specializzata nella opere di carta. La delicata operazione fu realizzata presso i laboratori del Los Angeles County Museum of Art. È grazie a lui che oggi si presenta a fogli sciolti poiché l’attento studio delle note vergatevi ha dimostrato che Leonardo lavorava su un foglio doppio alla volta; ed ogni foglio veniva poi riposto entro un’altra pagina doppia, come in un libro. 

Perché Codice Hammer?

Perché Hammer ha subito accolto la proposta di smontaggio del codice avanzata da Carlo Pedretti. Il professore proponeva di far ritornare il codice così come si presentava ai tempi di Leonardo, e cioé secondo il metodo della sua compilazione a fogli sciolti. Fu dunque grazie agli studi di Pedretti e anche alla lungimiranza di Hammer che il codice rivedeva nuovamente la luce nel modo in cui lo stesso Leonardo lo aveva compilato a fogli sciolti, con la sua originaria successione cronologica e possibilmente tematico-compilatoria. A testimonianza del nuovo nome, infatti, ogni doppio foglio è stato denominato da Pedretti con la lettera H e un numero di successione a seguire (da 1 a 18 essendo bifogli), pur mantenendo anche la stessa numerazione ormai storicizzata. Il codice, così smontato, fu custodito presso l’Armand Hammer Museum of Art and Cultural Center dell’Università della California per volere testamentario di Hammer che legava al museo anche la sua straordinaria raccolta di arte moderna e contemporanea. 

Un metodo di lavoro unico

Il codice è anche il simbolo della metodologia di lavoro di Carlo Pedretti. Il suo lavoro di ricerca impeccabile, esatto, sempre attento a considerare nuove prospettive di lavoro, il suo infallibile occhio critico e la sua inarrivabile conoscenza di Leonardo e dei suoi tempi non avrebbe mai potuto scindersi dal desiderio di poter mettere a disposizione di molti i risultati del suo duro lavoro. E così il codice nella sua nuova veste non fu solo messo a disposizione degli studiosi, ma fu messo a disposizione di un pubblico ancora più vasto attraverso un tour in giro per il mondo. Le prime tappe ufficiali portano il codice a Washington con il saluto del Presidente degli Stati Uniti d’America, in Inghilterra alla Royal Academy di Londra, in Italia nel 1982 Firenze a Palazzo Vecchio in mostra nella Sala dei Gigli, ottenendo uno straordinario successo di pubblico (oltre 400.000 visitatori in poco più di tre mesi) e ancora in Francia, Germania, Svezia e altri paesi europei. Pochi anni dopo la morte di Hammer avvenuta nel 1990, il manoscritto fu di nuovo messo in vendita dall’università per far fronte alle enormi spese di gestione del museo – “senza interpellare né lo stato della California e tanto meno me stesso” avrebbe recentemente commentato Carlo Pedretti – per essere poi acquistato all’asta da Christie’s il giorno 11 novembre 1994 da Bill Gates per oltre trenta milioni di dollari. 

Storia e descrizione del Codice

Si tratta di un gruppo ora sciolto di diciotto carte doppie, per un totale di trentasei fogli (cm 29 x 22 circa), compilate da Leonardo tra il 1506 e il 1508, con aggiunte successive fino al 1510. Questa serie di fogli doppi è in gran parte dedicata allo studio delle acque, compresi i mutamenti causati nella superficie terrestre dalla corrosione delle masse idriche che distruggono, modificano, stratificano, sommergono la terra. Non sorprende che gli altri temi, seppur diversi, siano comunque sempre in connessione con l’acqua come ad esempio le riflessioni sulla costituzione materiale della Luna e sulla sua luminosità.

Poche e incerte sono le notizie riguardanti la storia del codice. Non è certo che facesse parte del famoso lascito testamentario lasciato da Leonardo all’allievo Francesco Melzi, anche perché la sua coperta originale non riporta segni che potrebbero far pensare che fosse a lui appartenuto. Il primo proprietario del codice risulta essere lo scultore milanese Guglielmo della Porta come si deduce da una nota autografa. Nessuna notizia è pervenuta sulle sorti del codice tra il 1577, anno della morte di questi, e il 1690 quando il pittore e caricaturista romano Giuseppe Ghezzi (1634-1721) ebbe notizia di una cassa di libri e carte provenienti dal Della Porta dove trovò il codice che acquistò, stando alle sue parole, “con la gran forza dell’oro”. Il codice è attestato tra le proprietà che nel 1717 vendette a Thomas Coke, futuro primo conte di Leicester, che si trovava di passaggio in Italia impegnato nel suo grand tour. Grande conoscitore e animo sensibile, Thomas Coke permise che il codice giungesse a Firenze e che venisse copiato almeno in tre versioni di cui le prime due si trovano nella biblioteca di Holkham Hall, residenza deo conti Leicester, e nella Biblioteca Granducale a Weimar, mentre una terza più tarda e derivata dalla prima è andata perduta. Furono queste copie ad interessare grandi studiosi dell’astronomia: tra questi anche Giacomo Leopardi affascinato dalle spiegazione del lumen cinereum della Luna nuova, scoperta che aveva assicurato a Leonardo un primato nella storia dell’astronomia ben prima delle rivoluzionarie scoperte di Galileo, Keplero e Moestlin. Essendo già un appassionato del Cenacolo e del Trattato della Pittura del genio vinciano, Goethe basò alcuni suoi studi di filosofia naturale su queste osservazioni scientifiche poiché fu lui stesso a segnalare al Granduca il codice tra i beni in vendita della biblioteca di Giuseppe Bossi facendolo arrivare a Weimar almeno dal 1818. Fu invece Jean Paul Ricter a pubblicare per la prima volta nel 1883 alcuni brani del codice che per la prima volta era nominato come Codice Leicester. Non poteva che essere sotto la cura di Carlo Pedretti l’edizione facsimile del codice per Giunti nel 1987, splendido lavoro all’interno dell’autorevole programma dell’Edizione Nazionale dei disegni e dei manoscritti di Leonardo.